martedì 22 marzo 2016

Jordan Andrew Jefferson "The Only Way Out Is In" (2015 / autoprodotto)


Avete presente la classifica-monstre che David Bash pubblica alla fine di ogni anno? Ecco, ultimamente avrò pure ascoltato molta meno musica nuova rispetto alle abitudini, ma anche quando mi avventavo come un avvoltoio su qualsiasi nuova uscita che potesse lontanamente definirsi "power pop", non sono mai arrivato a scoprire la metà dei dischi uditi, metabolizzati e proposti al pubblico dal capo dell'International Pop Overthrow. La grande musica è decisamente troppa in rapporto al risicato tempo necessario ad ascoltarla; è banale dirlo, forse persino stupido, ma tant'è. Molti dischi, ogni anno, vengono persi dai nostri radar; molti altri, invece, vengono intercettati con variabile ritardo: è il caso di "The Only Way Out Is In", esordio discografico per Jordan Jeffrey Jefferson, uscito alla fine del 2015, scoperto un paio di settimane fa e da allora uscito dal mio stereo solo per cause di forza maggiore.

Non si sa molto di questo autore di Huntington, West Virginia. "Suono il piano e la chitarra e scrivo e canto canzoni d'amore per me stesso" - spiega sul proprio profilo Bandcamp - e il suo album è qualcosa di bellissimo e fuori tempo massimo come piace a noi. Jordan concepisce musica di retroguardia; un pop calato piedi e mani nella west coast degli anni '70 più profonda, così fuori moda che quasi fa tenerezza parlarne. Si parte con Ghost By The Water e già si sa dove si arriverà; una landa sonora dominata da America, Bread e Smokie; quel tipo di lite rock elegante nel suo intenso tepore promosso dalle AM radio di quarantacinque anni fa. Beyond Words è un tiepido mantra spaccacuore, mentre White Light potrebbe persino somigliare ai Cosmic Rough Riders più folkadelici, se in sede di composizione Daniel Wylie avesse al suo fianco Gerry Beckley. One Step At A Time alza i ritmi corroborata da rintocchi eighties, prima che Is What It Is traduca per i contemporanei i simboli del soul bianco di Carl Wilson nei Beach Boys della decade passata fuori classifica. Ma Jefferson dimostra d'essere un purosangue soprattutto durante la malinconica The Party's Over, perché il falsetto di cui è in possesso non lo regalano insieme all'ultima versione di Autotune e perché non è semplice sforare i cinque minuti inchiodando l'ascoltatore alla poltrona con un groppo in gola impossibile da cacciare via. 

L'autore è un solitario, questo lo si intuisce: "The Only Way Out Is In" è stato suonato in quasi completa autonomia e questo dice molto, anche se non tutto, del suo talento sconfinato. Abbiate la pazienza di cercarlo e di ascoltarlo a lungo: non è un disco immediato, così come non è immediato l'uomo, ma una volta che lo avrete capito lo porterete con voi e non lo abbandonerete facilmente.

giovedì 17 marzo 2016

Frugando nei cassetti di George Martin.

E' passata una settimana dalla scomparsa di colui che probabilmente è stato il genio più grande nell'evoluzione della musica pop. La sua eredità resterà per sempre qualcosa di unico e frammenti di grandezza invaderanno la nostra memoria quando meno ce lo aspetteremo, nei secoli dei secoli. George Martin ovviamente non fu solo il visionario demiurgo nell'opopea dei Fab Four, ma sedette dietro alla consolle nelle più disparate registrazioni di album famosi e meno famosi.

Quello degli Stackridge - "The Man In The Bowler Hat" per il mercato britannico, "Pinafore Days" per quello nordamericano - è un suo prodotto, uno di quelli cui sono più affezionato. Pubblicato dalla MCA nel febbraio del 1974, rappresentò il picco della band a livello di vendite, raggiungendo un'inaspettata ventitreesima posizione nelle chart inglesi. Un disco di musica popolare innovativa e tradizionale al tempo stesso: alla base della scrittura di gran classe firmata da Andy Davis, George Martin aggiustò una palette di suono variopinto, evoluto, cinematico; il risultato si concretò in capolavori che in pochi, troppo pochi, hanno avuto la pazienza e la fortuna di sentire. Fundamentally Yours è un esempio, il migliore, di un album che merita d'essere riscoperto. Come tante altre perle oscure stipate nell'archivio di George Martin, che speriamo di elogiare su questo blog in un futuro non troppo lontano


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giovedì 31 dicembre 2015

Buon anno, pop addicts!

Non ho avuto tempo, quest'anno, di dedicarmi alle consuete classifiche di fine stagione: i grandi dischi non sono mancati, come avrete sicuramente notato, ma la fase di ristrutturazione del blog ha preteso un lungo periodo di riflessione, da cui crediamo di essere usciti pronti a tuffarci in una nuova, più costante avventura. Sia come sia, tra le tante opere che meriterebbero molto più di una misera nota su questo sito, sull'anno appena chiusosi è svettato Crayons and Angels, ennesimo disco firmato dal talento purissimo di Brandon Schott. Un album ricolmo di soft pop luminoso e anche un po' barocco dagli arrangiamenti ricchissimi; un album che quasi tutti voi avrete già aggiunto alla collezione ma che al tempo stesso merita più di una segnalazione a beneficio dei pochi ignari rimasti. 

Buon duemilasedici, miei cari, e ricordate: "life's too short to listen to bad power pop".



lunedì 20 aprile 2015

Stiamo tornando.

Pop Craving!, blog lanciato alla fine del 2014 giusto in tempo per svelare la consueta classifica riguardante i migliori dischi dell'anno, è stato immediatamente abbandonato causa completa mancanza di tempo. Il recente avvento della primavera, tuttavia, ha portato con sé forza ed entusiasmo rinnovati, dunque potete aspettarvi una ripresa delle attività in tempi presumibilmente brevi. Stay tuned for more power pop.

mercoledì 31 dicembre 2014

The top of the (power) pops 2014! (seconda parte)

Ed ecco a voi i dieci migliori dischi del 2014 secondo la redazione di Pop Craving!

01. Secret Powers - 6 Dov'eri finito, Schmed? Che diamine, stavamo iniziando a preoccuparci. Abituati dal 2008 a ricevere ogni anno l'avviso d'uscita di un nuovo album griffato Secret Powers, lo spavento per il silenzio del 2013 era stato discreto. L'anno passato a recuperare energie è stato quantomai salutare, evidentemente, perché se il More Songs About Her di due anni fa era sembrato deboluccio al cospetto dei quattro capolavori che l'avevano preceduto, questo "6" recupera fasti ed ispirazione antichi e,  in un'ipotetica classifica dei loro lavori si posiziona al primo posto, forse a parimerito con Lies and Fairy Tales, clamore a 33 giri immatricolato nel 2010. Tornano i singoli senza soluzione di continuità, tornano le canzoni da cantare a squarciagola, torna quel pop d'ispirazione divina che parte da Jeff Lynne ed arriva dove la nostra immaginazione incrocia ciò che sempre vorrebbe ascoltare nella realtà. I Secret Powers si confermano: sono loro il miglior gruppo degli ultimi cinque anni.

 
02. Linus Of Hollywood - Something Good Kevin Dotson è uno dei due autori presenti in questa classifica (l'altro è Steve Ward, quarto con i suoi Fauna Flora), ad aver fatto perdere le tracce di se negli ultimi tempi. L'ultima volta l'avevamo sentito nel 2006 nell'ottimo Triangle, e la lunga attesa non è stata vana, perché Something Good è il capolavoro vocal pop del 2014. Come sempre, quando si parla del Linus losangelino, tutto ruota attorno alle sesazionali invenzioni vocali di uno dei cantanti migliori al mondo; un fenomeno che, oltretutto, dispone a piacimento di invenzioni melodiche immortali, quando si tratta di giocare sull'armonia beachboysiana spettinata dalla brezza dell'oceano. Something good? Non fare il modesto, Kevin.


03. The Dowling Poole - Bleak Strategies  Willie Dowling è un professore del pop britannico e ho amato i suoi Honeycrack e Jackdaw 4,  mentre ho sempre seguito distrattamente e da lontano le vicende dei Wildhearts, principale valvola di sfogo dell'altra metà dei Dowling Poole, Jon Poole. L'unione dei cognomi e dei talenti, che nel caso di Jon non sospettavamo così evidenti, danno origine ad un disco che potrebbe essere adottato dai provveditorati scolastici in qualità di sussidiario sullo sciovinismo britannico. XTC, Squeeze, persino i Madness; il resto venga in mente a voi. L'amalgma è mericolosa, e Bleak Strategies è un fantascentifico pastiche di sghembo, improbabile e genialoide pop progressivo puramente anglosassone.

04. Fauna Flora - s/t Steve Ward è uno dei miei padri putativi. Capitano, ormai molti anni fa, di quell'indimenticabile esperienza chiamata Cherry Twister, contribuì a segnare il mio innamoramento con il power pop. Oggi, dopo un lungo silenzio, il leggendario autore di Lancaster torna in compagnia del sodale e conterraneo Joe Pisapia con un cogitabondo album di lussuosissimo chamber pop parecchio attento alla tradizione folk americana, dove le chitarre, stavolta, sono molto meno importanti della geniale composizione, del sontuoso lirismo poetico e della produzione tenue e viscerale al tempo stesso. Le registrazioni, avvenute nell'ormai celeberrima "baracca sul fiume" di Steve, rendono giustizia e calore ad un album vero e sofisticato, opera di un talento superiore che speriamo di non dover più aspettare così a lungo.

05. Balduin - All in a Dream Una one man band svizzera dedita al recupero delle migliori sonorità popsyke del 1968 inglese? Tutto vero. Un concentrato di Barrett e Tomorrow, delle raccolte della Toytown e dei fab four post 1965. Un Magical Mystery tour-de-force fatto di sedici brevi tappe di soave psichedelia ad orientamento tastieristico intrise di magia; un album assemblato nel momento perfetto, in cui tutto quello che tocchi diventa oro. La Sunstone lo ha immortalato in una splendida edizione limitata in vinile, formato in cui All in a Dream merita di vivere e prosperare nei secoli dei secoli.

06. Spirit Kid - It's Happening Entusiasmo puro. Non conoscevo Emeen Zarookian, e It's Happening ha rappresentato la più grande sorpresa dell'anno. Effervescente, frenetico, godibilissimo pop di estrazione sessantista passato attraverso una miracolosa macchina del tempo che ce lo restituisce modernizzato; una festa a cui i fans di gruppi come Magic Numbers, Apples in Stereo e certi Supergrass vorranno assolutamente partecipare, per poi non tornar più a casa, se non molto molto tardi.

07. The New Mendicants - Into the Lime Joe Pernice e Norman Blake assieme? Sinceramente difficile trovare di meglio. Un miracolo avvenuto grazie alla scelta di vita canadese di uno degli autori più importanti degli ultimi vent'anni, coadiuvato  da un artista tra i più sottovalutati di sempre. Joe non sbaglia un disco da... mai, non ha mai sbagliato un disco in vita sua, e Norman è Norman. Che volete che vi dica? Delicato, leggero, cesellato al millimetro e suonato in punta di piedi. Che non serve mica fare casino, quando si è in grado di bisbigliare classe.

08. Aerial - Why Don't They Teach Heartbreak at School? Power pop di quello classico, di quello buono, di quello che gli scozzesi scrivono in quantità e qualità superiori alla media mondiale per ragioni che sfuggono all'umana comprensione. Gli Aerial, al loro secondo mandato, sembrano usciti con un riassunto-capolavoro da un congresso di studi monografici su Alex Chilton, che interpretano in chiave, come dire, giovanilista e mai dimenticando l'indimenticabile lezione dei veri reali di quelle parti, i Teenage Fanclub. E il titolo del disco è il migliore dell'ultimo lustro.

09. The Autumn Defense - Fifth  John Stirratt e Pat Sansone, la parte dei Wilco che ci piace. Jeff Tweedy mi ha stancato dai tempi dello Yankee Hotel Foxtrot, mentre la sua sezione ritmica, nel frattempo, ha iniziato ad infilare un disco incredibile dopo l'altro. Pop pastorale d'impronta seventies e tocchi di scrittura McCartiana impacchettati in un involucro curatissimo nei suoi raffinati dettagli, per fare di Fifth l'album più elegante dell'anno.

10. Phonograph - Phonograph vol.1 Si può ancora dire "figlio d'arte"? Paul Campbell è figlio di William "Junior", membro fondatore dei Marmalade, la storica psych-pop band britannica degli anni '60. Debutta con un album inciso nel 2001 appena prima che l'etichetta lo scaricasse, presumibilmente a torto, perché la british invasion mutata in chiave bigstaresca che fluisce dalla sua penna non avrebbe fatto vendere chissà quante migliaia di copie. Mi piacerebbe sapere su chi investì, l'etichetta, per decidere di scaricare una band del genere.

martedì 30 dicembre 2014

The top of the (power) pops 2014! (prima parte)

Cambia il nome, non la sostanza. Pop Craving, proprio come il caro, vecchio Under the Tangerine Tree, si propone la missione di divulgare la miglior musica pop in circolazione; quella musica che, in un mondo migliore, invaderebbe le radio e le vostre trasmissioni tv preferite. Questa nuova esperienza parte alla fine di un grandissimo anno musicale, stracolmo di uscite discografiche di livello assoluto: bando alle ciance, dunque, ed ecco a voi la prima parte della classifica, la top of the (power) pops di questo succosissimo 2014.

(come da antica consuetudine, ogni album sarà "linkato" alla propria pagina Bandcamp, Spotify, Cd Baby e ovunque sia possibile ascoltarne i contenuti).

11. The Solicitors - Blank Check
12. The Legal Matters - s/t
13. Ransom and the Subset - No Time To Lose
14. Temples - Sun Structures
15. The Singles - Look How Fast a Heart Can Break
16. The Muffs - Whoop Dee Doo
17. The Tangerines - Turn on the Light
18. Sloan - Commonwealth
19. The Cry! - Dangerous Game
20. Halfway - Any Old Love
21. Ballard - Napoleon
22. Edward O'Connell - Vanishing Act
23. The Paul & John - Inner Sunset
24. The Pearlfishers - Open Up Your Colouring Book
25. The Mayflowers - Ship of Theseus